Marcel Gauchet * : <<la nostra democrazia sta per diventare derisoria>>
Una politica che corre dietro la Storia senza comprenderla, società troppo spaventate per un’autodiagnosi, una democrazia divenuta inoperante. **
Osservatore meticoloso delle metamorfosi democratiche – quelle che, nel corso degli anni e senza che se ne sia avuta coscienza, hanno radicalmente modificato l’esercizio del potere, il ruolo dello Stato e le attese dei popoli nei suoi confronti senza tuttavia modificare il quadro giuridico originale– il filosofo e storico Marcel Gauchet fa l’implacabile inventario degli sconvolgimenti in atto nelle nostre società.
Crisi di depoliticizzazione, perdita di fiducia, rifiuto della diagnosi per paura di ciò che essa potrebbe rivelare … Gauchet tratteggia il ritratto di una società in stato di “rivolta temperata” contro un potere politico carente di autorità dopo che ha cessato di ispirare fiducia e di capacità d’azione, dopo che ha cessato di capire la società che lo circonda. Al punto che, secondo lui, all’avvicinarsi delle elezioni francesi l’obiettivo non sarebbe più quello “aspettare a una qualsiasi realizzazione dal potere politico, ma sperare che il potere politico sarà il meno nocivo possibile”.
Inquietante – tanto più che il fenomeno si verifica in un regime democratico privato della sua funzione principale, quella dell’”efficacia collettiva” – ma non catastrofico poiché, il filosofo ne è convinto, si tratta di una fase. Eccoci quasi rassicurati.
Quando si parla di democrazia, si parla generalmente della stabilità di un certo numero di principi costituzionali e giuridici. L’esempio per eccellenza di tale stabilità essendo la più grande democrazia del mondo, la più solida e la più sfavillante – la democrazia americana – la quale è caratterizzata da una costituzione rimasta immutata dopo più di due secoli. Sebbene, a priori, l’dea di metamorfosi in democrazia sembrerebbe un po’ incongrua. E tuttavia, all’interno di tale fissità del quadro di pensiero giuridico e delle grandi norme istituzionali, lo spirito della democrazia, la maniera in cui essa funziona e le finalità che le sono assegnate hanno conosciuto fasi di trasformazione molto profonde. Ho così identificato alcuni movimenti di approfondimento dei valori e dei campi di applicazione della democrazia che si sono accompagnati a grandi crisi attraverso le quali, giustamente, sono sopraggiunte queste metamorfosi. La prima corrisponde, secondo me, all’entrata nell’era della società di massa, intorno al 1900, con l’emergere della società urbana e industriale. Da un lato trionfa il principio del suffragio universale, che segna l’entrata delle masse nella democrazia, da un altro lato è lo stesso regime democratico che comincia ad essere oggetto di contestazioni estremamente forti. Al punto che negli anni ’30, periodo in cui culmina la crisi, molti osservatori rilevano che c’è antinomia tra società di massa e regime democratico.
Liberalismo democratizzato
La crisi della democrazia in Europa negli anni ’20 e ’30 si evidenzia notoriamente con la contestazione che le rivolgono regimi autoritari come il salazarismo portoghese, e i regimi totalitari come quelli sovietico, fascista o nazista. Tutto ciò ha portato a una vera metamorfosi della democrazia dopo il 1945 e a una messa in discussione dei principi dei nostri regimi senza che ne abbiamo coscienza. Quantunque, quando oggi parliamo di democrazia liberale, parliamo di regimi che si sono formati dopo il 1945 e che non hanno molto a che vedere con ciò che costituiva il funzionamento democratico prima del 1939. Anche se immutati restano i testi e i principi. Riassumendo, dirò che siamo passati da un liberalismo democratizzato a una democrazia liberale; essendo il primo un regime rappresentativo che garantiva le libertà fondamentali, ma in cui lo Stato aveva una capacità di azione limitata e, soprattutto, non trattava le questioni sociali e collettive.
Sono stati necessari tre più grandi cambiamenti perché comparisse la nostra attuale democrazia liberale.
Democrazia liberale
Il primo di questi cambiamenti è costituito dalla comparsa di uno Stato provvidenza sistematizzato –con la presa in carico della questione sociale- ; il secondo, l’avvento di uno Stato regolatore dell’economia –dopo la crisi del ’29- che, senza amministrare l’economia, le conferisce un quadro politico e ne fissa le regole del gioco. Cosa che all’origine del regime democratico non esisteva affatto (la prova di tale evoluzione è che le spese dello Stato si siano moltiplicate per tre in quindici anni). Infine, il terzo cambiamento riguarda lo stesso esercizio del potere politico e il modo di concepirlo, ormai, come il primato del potere esecutivo sul potere legislativo ***, dal momento che quest’ultimo serve solo ad appoggiare la politica del premier; e ciò porta a un potere politico totalmente differente da quello che esisteva nel periodo precedente. Un esempio: il potere del Presidente americano era, fino al ‘900, molto limitato, al punto che egli era quasi un personaggio decorativo, molto poco conosciuto. Cosa che oggi non si verifica certamente più, in seguito ai considerevoli cambiamenti sopravvenuti nell’articolazione del potere. Da qui il termine di “metamorfosi” democratica.
Sotto la copertura di regole immutabili, si ha a che fare con un regime democratico diverso, e con una maniera di funzionare della politica totalmente differente. Che innanzitutto inquadra, fissa le regole e controlla. Che, per riassumere, ha un livello di penetrazione della vita collettiva che non si può paragonare con quello del vecchio ideale democratico proprio dei governi il cui ruolo si limitativa a fare leggi.
Crisi di depoliticizzazione
Penso che oggi noi attraversiamo -e indubbiamente dopo gli anni ’80- una seconda crisi. Che siamo entrati in un nuovo ciclo, contemporaneamente di approfondimento e di crisi di crescita della nostra democrazia. E’ questa l’ipotesi che mi sembra spiegare i fenomeni molto sconcertanti con i quali ci troviamo oggi a confrontarci e che alimentano una crisi rampante dei regimi politici totalmente differente dalla precedente.
La prima crisi che ha conosciuto la democrazia era una crisi di superpoliticizzazione. E’ derivata dal fatto che ci si attendeva dal politico che regolasse tutto. Quella che la democrazia conosce attualmente è una crisi di depoliticizzazione. Deriva dal fatto che nella democrazia non si vuol vedere altro che un insieme di regole destinate a inquadrare la vita collettiva. Questa seconda crisi è diventata realmente visibile intorno agli anni 2000, quando la frustrazione delle popolazioni è divenuta molto percettibile e i nostri regimi europei hanno cominciato a costituire l’oggetto di ciò che chiamerei una rivolta temperata dalla depoliticizzazione. Mai le élites sono state screditate fino a questo punto e il se trovano molti osservatori che affermano: “siamo in una situazione rivoluzionaria”. Cosa che è vera, con un dettaglio: le persone si sentono nello stesso tempo in rivolta e depoliticizzate. Risultato: si sentono in rivolta un quarto d’ora al giorno e, per il resto del tempo, il loro obiettivo consiste soprattutto nel non impicciarsi di politica.
Stato infrastruttura
Anche questa volta, penso che questa profonda crisi che attraversiamo sia l’indice di una seconda grande fase di metamorfosi della democrazia, che dovrebbe portare sboccare in una democrazia molto più centrata sull’individuo. Prima fare il politica equivaleva a comandare. Oggi, ciò che ci si aspetta, è che il politico molto semplicemente faccia stare in piedi la società e permetta a tutti di godere di un’esistenza piacevole e sicura. Anche se in realtà il politico oggi non è più la superstruttura che ci dipingevano i marxisti, ma l’infrastruttura delle nostre società.
Tuttavia, si è denazionalizzato, decentralizzato e c’è un vistoso indietreggiamento della potenza di comando degli Stati. Tutto questo è innegabile. Ma questo non significa tuttavia che il ruolo degli Stati sparisce. E questo fa sì che alla fine si arriva a questo paradosso di uno Stato che è indietreggiato spettacolarmente dal suo ruolo visibile, dalla sua dimensione di comando, ma che, invece, occupa un posto crescente nella vita sociale. Un posto in ogni caso molto più significativo che in passato. Si è dunque, ancora una volta, in una situazione di metamorfosi.
La primavera araba
Ci vogliono due cose per fare una democrazia: un governo collettivamente eletto, e un apparato amministrativo e giuridico che funziona. E tutto ciò non si ottiene con una rivoluzione di alcune settimane. Ciò che sta avvenendo nel mondo arabo lo mette crudelmente in evidenza: esiste una speranza, una dinamica ma, perché ci sia una struttura politica in grado di funzionare, non basta essere d’accordo sulle intenzioni.
E’ qui che ci si accorge che noi, noi Europei in particolare, viviamo su un’eredità storica che abbiamo sempre considerato come acquisita ma che può crudelmente venire a mancare presso altri. E l’errore di tutte le politiche di sviluppo messe in atto in questi paesi che stiamo considerando, consiste nel non aver visto che era tassativamente necessario un quadro istituzionale; senza il quale l’attività economica non avrebbe potuto mai decollare perché non c’era il minimo di fiducia necessaria alle transazioni, cosa che, alla fine, avrebbe impedito l’emergere di una democrazia operativa.
Ecco perché la primavera araba è da considerare non come un risultato raggiunto ma come la prima tappa di un lungo processo che dovrà permettere di creare le basi funzionali di un regime libero. Perciò non bisogna sognare : la democrazia in Libia, qualunque cosa succeda, non è per domani.
Elezioni
La vita generale delle nostre società soffre di una forma di disorientamento che non è propizia all’azione, ed è il meno che si possa dire. In qualunque campo, siamo nella nebbia totale. E non credo che in un simile contesto la democrazia possa funzionare al meglio. Certo, non abbiamo problemi di fondo –i nostri principi politici sono ben stabili- ma abbiamo un problema di contenuto: la nostra democrazia è sul punto di diventare derisoria ; nel senso che non si capisce più niente di politica. E’ particolarmente evidente oggi il fatto che siamo alla vigilia di un’elezione di primaria importanza per la quale, è chiaro, ci orientiamo verso una scelta per difetto il cui fine non è più aspettare una qualche realizzazione da parte del potere politico, ma sperare che il potere politici sia il meno nocivo possibile. In altre parole: scegliere il male minore. Abbiamo decisioni estremamente importanti da prendere, in tutti i campi, e regimi incapaci di mobilitare i cittadini, e scelte vere non possono essere fatte, tanto regna permanentemente una confusione polemica che fa perdere di vista gli obiettivi.
Efficacia collettiva
Si tende a dimenticare, ma la democrazia ha soprattutto una efficacia collettiva. Essa esiste per permettere che le scelte vere emergano, siano discusse ed attuate in maniera concordata. Perché si possono fare tutte le leggi che si vogliono –e Dio sa se ne fanno!- ma questo non serve a niente se sono talmente fatte male che non si arriva neppure a redigerne i decreti di applicazione. E’ proprio così! E una democrazia che a questo punto diventa inefficace, comincia a suscitare degli interrogativi. So bene che il compianto presidente Queuille diceva: “non c’è problema che il tempo e la mancanza di soluzioni non portino a risolvere” –cosa che è senza dubbio vera- ma non è proprio la maniera ottimale con la quale affrontare gli obiettivi essenziali delle nostre società. Ma è questo che si è verificato da quando le nostre democrazie hanno cessato di essere operative. Esse sono stabili, mantengono il territorio e le sue frontiere, mantengono una certa calma –sebbene anche a questo esse vi arrivino sempre meno bene- e niente di più.
Gollismo vs sarkosismo
Su questo piano Nicolas Sarkosy ha suscitato un’enorme delusione. Al suo arrivo al potere, ha incarnato una speranza, quella di cambiare le cose, di mobilitare, di suscitare un passaggio all’azione. Ma il suo grande errore è stato quello di dimenticare che la politica è uno sport d’équipe. Non è stato in grado di sopportare di essere circondato da persone capaci di fargli ombra, e questo ha costituito un terribile sbaglio. Mentre invece la forza del gollismo era l’équipe eccezionale di cui De Gaulle aveva saputo circondarsi. Questo in parte era dovuto alle circostanze, è vero –si era circondato di molti ex resistenti- ma egli seppe avere l’intelligenza di selezionare personalità forti dalle grandi qualità, che sono stati grandi ministri.
E in questo De Gaulle è stato un leader formidabile, capace di guidare la gente e di suscitare adesione, mentre Sarkosy si è accontentato di essere un padrone. Un padrone che regna mediante la diffidenza, e direi un po’ anche un re, in ragione della sua costante paura di essere detronizzato. Perché è innegabile che ha paura degli altri, ha paura che qualcuno prenda il suo posto. Dal momento che, invece di essere in esercizio di politica collettiva, egli è in un rapporto di rivalità narcisistica permanente con le persone del entourage. E questo non costituisce una molla di efficacia politica riconosciuta.
Ciò di cui oggi c’è bisogno perché la democrazia riparta e sia di nuovo operativa, è un’autorità legittima. Ma non c’è autorità legittima senza fiducia. E al momento attuale la politica non ispira più questa fiducia.
Destabilizzazione e consolidazione
Questa perdita di fiducia è in gran parte dovuta al ri-orientamento delle economie che si è verificato a partire dalla fine degli anni ’60, quando si è cominciato a parlare di modernizzazione, che non è mai stata veramente compresa dalle popolazioni che hanno cominciato allora a sganciarsi dai governi occidentali che si erano messi a far uso di una retorica molto opaca. In realtà, nessuno sapeva dire cosa fosse la modernizzazione, a cosa avrebbe portato e in cosa avrebbe giovato. E la stessa cosa ricomincia oggi con la globalizzazione.
Di qualunque cosa si tratti, ora ci troviamo in un momento di destabilizzazione. In una fase della nostra storia in cui sopraggiunge qualcosa che non si era previsto e in cui la politica si discredita correndo dietro gli avvenimenti, poiché no li ha saputi prevenire. Mentre la politica si suppone essere questione di anticipazione. Ora, nel nostro mondo –e questo non riguarda la Francia, lungi da questo, si vedono i governi continuamente in affanno, che tappano i buchi più o meno bene, incollati ai sondaggi e quindi all’istantaneità e che, alla fine, bene o male seguono una Storia che non comprendono. Niente di straordinario se la politica è diventata ansiogena. E’ come se l’aereo avesse sì un pilota, ma che costui avesse mentito nel dichiarare di avere il suo brevetto, e ce ne rendessimo conto al momento dell’atterraggio!
Molto fortunatamente la Storia ha provato che a questi periodi di destabilizzazione seguono periodi detti di consolidamento in cui si comprendono finalmente le regole del gioco. E’ ciò che finirà per verificarsi ancora questa volta, quando si sarà giunti a decifrare questo nuovo mondo. Intanto, ci troviamo nella fase in cui constatiamo, senza capirci niente, i tipi di disordine in corso –a cominciare da quello che riguarda il pianeta finanziario- e in cui aspettiamo che da questo disordine si liberi una forma di saggezza collettiva che permetterà di definire delle regole che in avvenire faranno sì che tutto funzioni approssimativamente.
La fiducia
Rimane da ristabilire la fiducia, che deriverà dalla capacità di risolvere le cose. Dalla sensazione che le persone hanno di avere a che fare con leaders che propongono loro un discorso in cui si riconoscono e soluzioni all’altezza degli obiettivi. Dunque che i leaders sappiano anticipare, prevedere, essere al di sopra della mischia. Sulla base di una riflessione vera e non di una semplice immagine o di slogan del tipo “Insieme, tutto è possibile”. Cos’è possibile? Nessuno lo sa. Inoltre, i nostri politici sono troppo portati alla comunicazione e all’istantaneità perché non hanno nient’altro! Anche l’attivismo di Sarkosy – un’idea all’ora, tre discorsi al giorno- è destinato a mascherare un bisogno profondo! E coloro che all’inizio avevano rialzato la testa dicendosi “guarda, qualcosa si muove all’Eliseo”, si sono rapidamente accorti di essere stati ingannati.
Questa situazione di infragilimento estremo apre una strada ai giovani che hanno idee e che sapranno renderle comprensibili. Dopo tutto, le democrazie sono il risultato di imprenditori politici che possono partire da niente e realizzare qualcosa.
Penso che è così che finirà. Non è la fine del mondo; solo un pessimo momento da passare, in cui la politica si trova tra due acque. Non in attesa di un salvatore, ma di una nuova occasione che la renderà ancora operativa. Perché il fine della democrazia, ancora una volta, è l’efficacia collettiva. La capacità di far emergere i problemi, di guardarli in faccia, quindi di discuterli senza tabù finché non emergano delle soluzioni. Per il momento si comincia a identificarli, si comincia a sollevarli, ed è a questo punto che arriva invariabilmente il frastuono polemico che stronca ogni riflessione, quantunque si sia davanti a una impossibilità di diagnosi. Invece, si hanno vocii tous azimuts che fanno desiderare una sola cosa: cambiare canale e guardare una trasmissione sportiva. Perché là almeno gli obiettivi sono comprensibili.
I regimi totalitari
Penso che il totalitarismo sia un regime moribondo. E che i regimi totalitari che sussistono oggi siano rimanenze del passato. Ne sono profondamente persuaso, non per convinzione ma per analisi. Perché questi sistemi funzionano solo sulla base di credenze politiche molto forti e molto mobilizzatrici, come successe con dottrine come il comunismo, il nazionalismo … poiché queste idee sono morte, non c’è più carburante per far funzionare i totalitarismi.
Si può dire: bene, tanto meglio, e questo è vero; ma d’altro canto questo significa anche, in una certa misura, che non c’è più sogno. Perché alla base di tutto questo c’erano sogni –come il sogno comunista del “sol dell’avvenir” – che diventavano soprattutto scienze che dovevano permettere di creare mondi più giusti, più protettivi per i deboli, più coerenti nel loro modo di gestione … Questi sogni restano; semplicemente, non sappiamo come realizzarli. Sapendo che non sarà possibile realizzarli mediante il totalitarismo, non resta che la democrazia, la quale al momento è inoperante. Perciò è molto importante prenderne coscienza e cercare strade per uscire da questa situazione. Cosa che suppone una diagnosi. Ora, in politica stiamo vivendo un’epoca molto strana in cui le persone vogliono soluzioni mentre rifiutano di mettere a fuoco il problema. Questo secondo me si spiega con il fatto che il sentimento dominante della nostra epoca è la paura. La paura di muoversi, di riesaminare, persino di guardare. Anche se in questo mondo ci sono realtà di ogni genere che non si vogliono vedere perché disturbano. All’esame della realtà si sostituisce la proclamazione dei valori.
Le nouvel economiste n.1572, 23 giugno 2011
traduzione dal francese di Etta Ragusa
(*) Marcel Gauchet (1946), storico e filosofo francese, è direttore dell’École des hautes études en sciences sociales, del Centre de recherches politiques Raymond-Aron, e redattore capo della rivista Le Débat (Gallimard), una delle principali riviste intellettuali francesi, da lui fondata con Pierre Nora nel 1980.
(**) La sua analisi si riferisce alla Francia, ma può essere applicata anche all’Italia quasi
completamente.
(***) In Italia invece i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario sono indipendenti.
Bibliografia | Ipermedium Libri - 2010 |
Vita e Pensiero - 2010 | |
Dedalo - 2009 | |
Dedalo - 2008 | |
Città Aperta - 2005 | |
Ipermedium Libri - 2005 | |
Città Aperta - 2005 | |
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Il Nuovo Melangolo - 1994 | |
Einaudi - 1992 |